SCHOLA CANTORUM Sedico (Belluno)


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Le opere d'arte

LE OPERE D'ARTE


Le tre statue, poste nelle nicchie della facciata principale, provengono dalla vecchia chiesa dove erano collocate sul tetto sopra il timpano. Raffigurano, partendo da sinistra, San Giovanni Evangelista (col libro), San Giacomo Minore (apostolo e primo vescovo di Gerusalemme), San Giovanni Battista. Anche le altre due (San Pietro e San Paolo) poste ai lati del portale d’ingresso, hanno la stessa provenienza. Secondo gli esperti, risentendo ancora di un’eleganza rinascimentale, dovrebbero essere state realizzate da un ignoto scultore in modo popolaresco entro il secolo XVI.





Il
Cristo morto è un’opera monumentale in legno di cirmolo dello scultore Dante Moro (Falcade 1933 - Agordo 2009), esperto anche nella lavorazione del bronzo e apprezzato pure per la sua attività pittorica e grafica. Ha partecipato a molte mostre con vari soggetti della sua importante produzione. Le sue opere si possono raggruppare in tre filoni: la vita e il lavoro dell’uomo; le figure femminili dall’infanzia alla maternità; i temi religiosi (vari portali di chiese, Crocifissi e altari). Il suo capolavoro sono le porte bronzee di Santo Stefano a Belluno, eseguite nel 1968, con episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. I suoi Crocifissi, per lo più di grandi dimensioni, hanno le braccia distese a esprimere sentimenti di misericordia.





San Giovanni Battista con San Rocco e Santa Caterina d’Alessandria.
Dipinto di ignoto pittore (secolo XVI). Da rilevare l’inconsueta raffigurazione di San Rocco leggente. La tela è inserita nell’antica pala lignea, databile alla fine del ‘600 e di ottima fattura. Proviene dalla vecchia chiesa ed era l’altare delle Anime. In cima alla pala posano due angeli accosciati e nel mezzo, ritta, c’è la figura del Cristo Risorto.


Madonna con Bambino e angeli (oggi venerata come Madonna della Salute, devozione portata da Venezia dopo la peste del 1630-1631 alla fine della quale i veneziani decisero come ex voto di costruire una basilica alla Madonna). Opera di Tiziano e Francesco Vecellio, la tavola costituisce l’elemento centrale residuo del polittico dell’altar maggiore disperso, forse dopo la prima guerra mondiale, in circostanze non ancora chiarite del tutto. A destra e a sinistra stavano le figure intere di San Rocco e di San Sebastiano sopra i quali erano dipinti i busti di Sant’Antonio Abate e di San Nicola di Bari; infine un Cristo morto sorretto da un angelo completava in alto il polittico. Nel 1627 il vescovo Giovanni Dolfin fa scrivere che le immagini sono di un celebre pittore e che l’immagine del Cristo in cima è di un pittore ancora più celebre, Tiziano. Nel 1661 il vescovo Giulio Berlendis fa scrivere che le bellissime pitture sono uscite dalla mano di Tiziano pittore celebratissimo. Anche nel 1701 per il vescovo Giovanni Francesco Bembo non ci sono dubbi: è un’egregia pittura che si tramanda essere di Tiziano (nato a Pieve di Cadore nel 1490 circa e morto a Venezia nel 1576 circa). È sicuramente un’opera votiva, considerato che nel polittico sono presenti tutti i santi invocati contro la peste che colpiva ancora duramente. È con tutta probabilità un’opera giovanile dei Vecellio in quanto Giovanni da Mel, che si ispirava alla Madonna vecelliana di Sedico, realizzò i suoi affreschi a Longano, Landris e Pasa tra il 1510 e il 1520. Per anni c’è stata una lunga diatriba fra i critici d’arte nell’attribuire all’uno o all’altro dei due fratelli il polittico di Sedico.



Il bello è che la maggior parte di essi, anche di vaglia, si limitavano a pareri personali non suffragati da prove certe. Si deve alla
Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore (anche con l’apporto del nostro giovane concittadino Elia D’Incà) se finalmente si è fatta un po’ di chiarezza esaminando una straordinaria quantità di documenti: la bottega di Tiziano era formata da una equipe di ottimi pittori di cui lui era il “primario”. Resta da stabilire la committenza e in quale ambito l’opera sia stata realizzata proprio dopo la devastante guerra originata dalla Lega di Cambrai contro Venezia che vide le orde tedesche, scese attraverso il Cadore bruciandone e razziandone i villaggi, arrivare anche sul nostro territorio. I Vecellio avevano interessi pure nella mercatura del legname (con boschi e segherie in Cadore) e qua da noi c’erano veneziani proprietari di segherie sul Cordevole con magazzini in Venezia; può darsi che a metter in contatto i giovani Vecellio con la Pieve di Sedico sia stato il futuro vescovo di Belluno Galeso Nichesola, nobile veronese, che fu prima nominato, addirittura con bolla papale, pievano di Sedico (dal 1508 al 1511) senza mai prenderne possesso. Sembra che la Madonna vecelliana sia stata spostata, prima della metà dell’Ottocento, in un altare laterale (e le altre tavole invece riposte nella sacrestia) dopo i danni originati da un temporale. È una tavola di altissima qualità pittorica che più volte è stata prestata in passato per importanti mostre. Nel 1973 fu rubata e recuperata a Genova in circostanze alquanto strane.






Incontro di Maria con Elisabetta.
Dipinto di ignoto pittore (secolo XVIII). Non è segnalata nelle visite pastorali della vecchia chiesa. Lascia perplessi l’ambientazione con colonne, archi e scalinate come se Elisabetta sia vissuta in un palazzo.






Annunciazione.
Opera su tela del valente e infaticabile pittore veneziano Gregorio Lazzarini (1655 - 1730). Fu dipinta in modo diligente (riproponendo una maniera esecutiva ormai ampiamente sperimentata dai pittori di quell’epoca) nel 1696 per il monastero veneziano delle Vergini di Castello; passò poi al Demanio (quando il monastero fu soppresso) e venne riposta nel deposito delle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Si trova a Sedico dal 1847, quando fu collocata sopra l’altar maggiore della vecchia chiesa parrocchiale (quella demolita nel 1955). All’atto del trasferimento (1939) fu riposta malamente piegata nella sacrestia dell’attuale chiesa parrocchiale, dove restò per decenni. La sua riscoperta, per il successivo restauro, si deve alla sensibilità artistica del sacrestano Toni Carlin.





Madonna con Bambino, Sant’Antonio Abate, Santa Lucia e San Carlo Borromeo.
Dipinto su tela dal pittore bellunese Antonio Lazzarini (1672 - 1732). La piccola pala proviene col suo dossale ligneo dalla chiesetta di Triva (prima, oratorio privato dei Fulcis - quelli del nuovo museo a Belluno - e poi, della famiglia Zuppani). Antonio Lazzarini fu il maestro di quello che diverrà il celebre pittore Gaspare Diziani. Sant’Antonio Abate ha in mano il fuoco. L’angioletto in primo piano sorregge un drappo con dipinto lo stemma dei Fulcis che a suo tempo commissionarono il dipinto. Da segnalare l’innaturale posa di Santa Lucia ispirata alla celebre Samaritana dipinta da Sebastiano Ricci attorno al 1718 nella villa del Belvedere a Belluno. Un tempo sulla tela era leggibile la data 1722 (o 1723).




Via Crucis.
Dipinto di ignoto pittore veneto (secolo XVIII) informato dell’opera pittorica che va da Sebastiano Ricci al Tiepolo. La serie delle 14 stazioni non è omogenea; alcuni episodi sono esecuzioni artigianali del XIX secolo messe in opera per completarla con quelle mancanti. Quelle originali sono di buona qualità, tanto da risultare, questa Via Crucis, forse la migliore del territorio bellunese; da rilevare, in particolare, l’episodio di Cristo davanti a Pilato (in prossimità dell’ingresso alla nuova cappella) e di Cristo che cade sotto il peso della Croce (a destra della porta principale).



Ricerca e studio a cura di Gianni De Vecchi
(ultima stesura 14 marzo 2019)


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